Il mio punto di vista sulla realtĂ della Svizzera italiana e del mondo
Chi sono
Nome: Matteo Oleggini Vivo in Ticino, Svizzera italiana; lavoro a Bellinzona. Sono un copywriter o, meglio, un artigiano della scrittura. Il mio lavoro si divide fra due attivitĂ unite dalla sfida della comunicazione e, per me, dalla possibilitĂ di esercitare la passione per la scrittura. Curioso, ho scoperto il networking e mi sto appassionando al marketing non convenzionale o virale.
Questa mattina pensavo all’Alto Vedeggio nel 2020: la galleria di base del Monte Ceneri e l'AlpTransit saranno terminate e la maggior parte dei treni (soprattutto i merci) non transiteranno più. In poche ore potremo essere all’aeroporto di Zurigo o a quello di Malpensa.
Potremmo essere il centro di un Ticino che ha superato le divisioni tra Sopra e Sottoceneri oppure le periferie dimenticate di Lugano e Bellinzona.
L'Esercito svizzero avrà ancora le due Caserme? E se no, cosa potrebbe esserci al loro posto?
Mi è tornato in mente un film del 1976 del regista svizzero Alain Tanner: “Jonas qui aura 25 ans dans l’an 2000” (in italiano è uscito solo nel 1979 con il titolo “Jonas che avrà vent’anni nel 2000”).
Oggi, Daniela, Tamara, Patrick, Alain e gli altri ragazzi nati in quegli anni hanno tra i 29 e i 34 anni. Nel 2020 ne avranno tra i 40 e i 45: saranno loro a gestire questa nostra Valle.
Oggi sono impegnati nei primi anni della vita adulta: la professione, la famiglia, i figli. Le loro sorelle e i loro fratelli minori stanno ancora studiando.
Ecco la mia risposta alla domanda “per chi?”
Per i Jonas della Valle del Vedeggio e per i giovani che oggi hanno 18 – 20 – 25 anni.
Nel 2020 avrò 64 anni: non potrò più costruire il futuro.
Oggi però sento la responsabilità di provare a preparare per loro il Comune nel quale vivranno e che dovranno gestire negli anni successivi.
Mi piacerebbe però poterlo fare anche insieme a loro. Io potrei (forse anche) rimettermi in gioco: non per costruire il “mio” Comune ma per pensarlo, progettarlo e realizzarlo con il contributo delle loro idee e speranze.
Con loro e con tutti coloro che – indipendentemente dall’età – vogliono superare divisioni e pregiudizi. Ma, ancora una volta, non contro qualcuno o qualcosa, ma per la nostra Valle e i nostri figli.
Insieme. Poi, ciascuno sceglierà come e con chi impegnarsi, pronto però a lavorare con tutti gli altri per realizzare un progetto pensato insieme.
Ecco perché nei primi post ho parlato di “Monteceneri 2020”: per superare le contingenze dei prossimi mesi o anni, per avere un orizzonte più ampio, per creare le premesse perché altri riprendano il testimone per i 20 anni successivi.
Sul Giornale del Popolo del 2 gennaio, Enrico Morresi esprime un auspicio per il 2009: "Impariamo a costruire la Città Ticino". La Città Ticino é l'idea guida del nuovo Piano Direttore cantonale.
Per il momento é soltanto un concetto, un'indicazione per la pianificazione del territorio.
A mio avviso, invece, deve essere molto di più.
Pensare al Ticino come ad un'unica città-regione non significa urbanizzare e cementificare tutto il Cantone e nemmeno trasformarlo nella grande periferia di Lugano.
Al contrario. Il modello della Città Ticino é l'opportunità di fondare lo sviluppo di tutto il Cantone su:
una reale e concreta solidarietà cantonale tra i Comuni, tra le regioni e tra i cittadini;
il superamento di antagonismi, gelosie e contrapposizioni tra Sopra e Sottoceneri, tra regioni urbane e di montagna, tra Comuni e regioni con (forti) differenze nelle risorse fiscali;
il riconoscimento di una pari dignità ad ogni regione del Cantone ciascuna con un proprio ruolo complementare per lo sviluppo del Ticino e con la responsabilità di assumere funzioni e compiti specifici e diversi;
la volontà di ciascuno (enti pubblici e privati) di lavorare per il benessere di tutto il Ticino.
(cfr. risposta della co.re.ti. alla consultazione sul Piano direttore cantonale; giugno 2005)
Condivido e sottoscrivo l'opinione di Enrico Morresi: il concetto della Città Ticino deve diventare un elemento centrale della cultura politica e, più in generale, della mentalità dei ticinesi. Esso potrebbe / dovrebbe guidare la discussione e le scelte su alcuni temi importanti e costosi.
Alcuni esempi? Il nuovo stadio di calcio nel Bellinzonese, la nuova pista di ghiaccio per l'Ambrì, il Centro culturale di Lugano, la ripartizione dei canoni d'acqua e le differenze nei moltiplicatori d'imposta.
Sono d'accordo, in particolare, con la sua conclusione:
"La Città Ticino è ancora troppo nelle speranze e troppo poco nelle mentalità. Mi auguro che il 2009 consenta di avviare la discussione su percorsi meno pigri e scontati che nel passato".
Giuliano Bignasca è stato (ancora una volta) condannato per reati penali. Chi fosse interessato ai dettagli li può trovare su Ticinonews, Ticinolibero o Ticinoline.
Nei tre articolo si legge che il Giudice ha voluto precisare la sua neutralità, l'assenza di motivazioni politiche, la prevalenza di considerazioni giuridiche e il carattere "mite" della condanna.
Non ho alcun dubbio che le cose stiano così. Eppure mi chiedo se queste precisazioni servano alla Giustizia e all'autorevolezza del Giudice.
Ho imparato che "Excusatio non petita, accusatio manifesta" (una scusa non richiesta può diventare un'autoaccusa). Io non avrei precisato niente.
Tutto il Ticino è unito nella difesa dei posti di lavoro alle Officine FFS di Bellinzona. Un impegno dovuto e sacrosanto, che spero possa essere coronato da successo.
Ho però l'impressione che si tratti solo di una battaglia di retroguardia. La coesione nazionale, il ruolo della "terza Svizzera", i diritti delle minoranze sono invocati per difendere lo status quo, per avere anche nei prossimi anni quello che abbiamo avuto.... nel secolo scorso.
La difesa dei posti di lavoro alle Officine FFS nasconde, per la maggioranza, la difesa del posto di lavoro pubblico, dello statuto di impiegato federale o cantonale.
Nel Bellinzonese - e nelle Tre Valli - esiste infatti, più che altrove in Ticino, una "monocultura dell'impiego pubblico".
Per moltissimi, la massima ambizione è stata (ed è) quella del "posto statale": lavorare per il Cantone o il Comune, le PTT (e in seguito La Posta e le Swisscom), le FFS, l'Esercito, le Guardie di confine.
Posti di lavoro sicuri, non esposti alla concorrenza "degli stranieri", con buoni salari, con ottime prestazioni sociali e una buona "pensione", con ampie protezioni contro il licenziamento.
Posti di lavoro pagati da tutti (con le imposte o le tariffe dei servizi pubblici), per molti; ma non per tutti. Mi ha colpito questa testimonianza: "prima di me, mio nonno e mio padre hanno lavorato per le Officine FFS"
Su questi posti di lavoro i partiti e i sindacati (alcuni più molto più di altri) hanno costruito fortune e potere.
Gli ultimi decenni hanno scalfito queste certezze.
Le Swisscom hanno dovuto accettare la concorrenza. La Posta deve fare i conti con la fine del monopolio.
I posti di lavoro nell'Esercito si sono ridotti.
L'Europa e l'adesione agli accordi di Schengen hanno cambiato i compiti delle guardie di confine.
Cantone e Comuni devono fare i conti con i bilanci in rosso.
La maggioranza dei cittadini (e soprattutto delle aziende) non è più d'accordo di assumersi i costi dei servizi pubblici così come li abbiamo conosciuti nel secolo scorso.
È giusto chiedere alla politica di fermare la storia? di tornare indietro?
Mi spaventa costatare come la battaglia per i posti di lavoro alle Officine FFS manchi di prospettive per il futuro.
Dobbiamo difendere i posti di lavoro delle Officine FFS ma anche chiederci come le competenze che abbiamo acquisito nel servizio pubblico (la fedeltà all'azienda, l'attenzione ai bisogni degli utenti, le specifiche professionalità) possono essere reinvestiti anche in altre attività.
Per esempio nel settore della difesa dell'ambiente o delle energie rinnovabili, nel turismo, in altri servizi.
Oggi non vediamo alternative? Vero.
Ma cosa facciamo per cercarle?
Mi ha fatto riflettere questa massima trovata sul blog di Stefano Quintarelli: "Povero quel Paese che non riesce a immaginare che tra 10 anni, tra le principali aziende, ve ne possano essere alcune che oggi ancora non esistono".
La notizia l'ho sentita questa mattina alla «Rassegna stampa» della RSI-Rete 1.
L'ho annotata per un post, ma c'è chi l'ha fatto meglio di me. Leggete qui.
Conosco Emilio Scossa-Baggi e il suo lavoro, capisco il suo sfogo e immagino il suo stato d'animo in questi giorni di Natale.
A volte anche a me capita di transitare davanti ad un incidente e di chiedermi: «mi fermo e rispolvero le nozioni di pronto soccorso imparate per l'esame di guida e a militare o "tiro drittto"?». Fra le nozioni imparate vi è anche quella di non fermarsi inutilmente o solo per cuirosità. Ma, da oggi, prima di applicare questa regola mi assicurerò che qualcuno stia già prestando i soccorsi e non abbia bisogno.
Le elezioni ticinesi sono alle spalle. Nel 2007 (come 20 anni fa, proprio il 5 aprile) un consigliere di Stato in carica (Marina Masoni) non è stato rieletto ed ha dovuto lasciare la poltrona ad altri (Laura Sadis, del suo stesso partito) (*)
L'arrivo di Laura Sadis in Governo, le dimissioni del presidente del partito di ispirazione cristiana, la necessità per altri di profilarsi (anche) in vista delle prossime elezioni nazionali potrebbero rilanciare il dibattito (e le tensioni) fra i diversi modi di intendere il rapporto fra la religione e la società (prima ancora che la politica).
Gli indizi non mancano. Ne cito due.
Le discussioni in merito al futuro dell'insegnamento religioso nelle scuole dell'obbligo e la proposta (della stessa Laura Sadis) di sostituire l'attuale insegnamento della religione cattolica ed evangelica (la definizione dei programmi e la nomina degli insegnanti competono all'autorità ecclesiatica) con un'ora di cultura religiosa che possa essere una risposta ai problemi di potenziale conflittualità in una società sempre più multiculturale e multietnica.
Sul fronte "opposto", alcuni giovani hanno annunciato di avere dato vita ad un «Movimento d'azione sociale» che, tra i suoi scopi ha anche quello di «essere più politicamente aggressivo [...] soprattutto per quel che riguarda i temi della cultura e della tradizione cristiana, da difendere assolutamente ...».
Quale contributo alla riflessione (che spero si traduca anche in azioni e proposte concrete) ecco un interessante articolo di Marcello Pera su «Il rischio clericale»
(*)Una nota per il mio amico Stef.
L'estromissione dell'on. Masoni è stata una decisione chiara (grosso modo 10'000 voti di differenza) determinata dalla preferenze degli elettori che hanno scelto altri partiti (o la lista senza intestazione). Gli elettori che hanno scelto la lista del PLRT hanno invece sancito una sostanziale parità fra le due signore. Per maggiori dettagli vedi qui e qui.