Padre Callisto, parroco della Comunità del Sacro Cuore a Bellinzona, nella sua settimanale Eti(chett)a su Il Caffé riflette sulla vicenda delle Officine FFS di Bellinzona.
Sottoscrivo a piene mani la sua conclusione.
"[...] È giusto esprimere il proprio dolore per delle famiglie rimaste senza lavoro, ma sarebbe stata più necessaria una progettazione tempestiva e innovativa per parare i colpi di uno scenario-annunciato. Si spera solo che, terminati i momenti emotivi, inizino gli studi costruttivi. Delle idee ce ne sono, i bisogni non mancano, è necessario che dopo aver assicurato ai disoccupati il necessario lavoro non lontano dalle loro famiglie, politici e tecnici affrontino seri progetti che non possono essere quelli del ritorno al passato, ma aperti ad un rinnovato avvenire".
Tutto il Ticino è unito nella difesa dei posti di lavoro alle Officine FFS di Bellinzona. Un impegno dovuto e sacrosanto, che spero possa essere coronato da successo.
Ho però l'impressione che si tratti solo di una battaglia di retroguardia. La coesione nazionale, il ruolo della "terza Svizzera", i diritti delle minoranze sono invocati per difendere lo status quo, per avere anche nei prossimi anni quello che abbiamo avuto.... nel secolo scorso.
La difesa dei posti di lavoro alle Officine FFS nasconde, per la maggioranza, la difesa del posto di lavoro pubblico, dello statuto di impiegato federale o cantonale.
Nel Bellinzonese - e nelle Tre Valli - esiste infatti, più che altrove in Ticino, una "monocultura dell'impiego pubblico".
Per moltissimi, la massima ambizione è stata (ed è) quella del "posto statale": lavorare per il Cantone o il Comune, le PTT (e in seguito La Posta e le Swisscom), le FFS, l'Esercito, le Guardie di confine.
Posti di lavoro sicuri, non esposti alla concorrenza "degli stranieri", con buoni salari, con ottime prestazioni sociali e una buona "pensione", con ampie protezioni contro il licenziamento.
Posti di lavoro pagati da tutti (con le imposte o le tariffe dei servizi pubblici), per molti; ma non per tutti. Mi ha colpito questa testimonianza: "prima di me, mio nonno e mio padre hanno lavorato per le Officine FFS"
Su questi posti di lavoro i partiti e i sindacati (alcuni più molto più di altri) hanno costruito fortune e potere.
Gli ultimi decenni hanno scalfito queste certezze.
Le Swisscom hanno dovuto accettare la concorrenza.
La Posta deve fare i conti con la fine del monopolio.
I posti di lavoro nell'Esercito si sono ridotti.
L'Europa e l'adesione agli accordi di Schengen hanno cambiato i compiti delle guardie di confine.
Cantone e Comuni devono fare i conti con i bilanci in rosso.
La maggioranza dei cittadini (e soprattutto delle aziende) non è più d'accordo di assumersi i costi dei servizi pubblici così come li abbiamo conosciuti nel secolo scorso.
È giusto chiedere alla politica di fermare la storia? di tornare indietro?
Mi spaventa costatare come la battaglia per i posti di lavoro alle Officine FFS manchi di prospettive per il futuro.
Dobbiamo difendere i posti di lavoro delle Officine FFS ma anche chiederci come le competenze che abbiamo acquisito nel servizio pubblico (la fedeltà all'azienda, l'attenzione ai bisogni degli utenti, le specifiche professionalità) possono essere reinvestiti anche in altre attività.
Per esempio nel settore della difesa dell'ambiente o delle energie rinnovabili, nel turismo, in altri servizi.
Oggi non vediamo alternative? Vero.
Ma cosa facciamo per cercarle?
Mi ha fatto riflettere questa massima trovata sul blog di Stefano Quintarelli:
"Povero quel Paese che non riesce a immaginare che tra 10 anni, tra le principali aziende, ve ne possano essere alcune che oggi ancora non esistono".
Il treno che mi porta al lavoro si ferma.
Cinque minuti di attesa e poi riparte.
Un annuncio dell'altoparlante spiega: «Ci siamo fermati per esprimere il nostro sostegno alla lotta degli operai delle Officine FFS di Bellinzona». Da sette giorni i lavoratori sono in sciopero.
Sabato mattina, al mercato di Bellinzona, avevo firmato l'appello di solidarietà. Da giorni seguo l'evolversi della situazione.
Ho deciso di scrivere qui qualche riflessione.
La prima è sullo slogan della protesta «Giù le mani dalle Officine».
Certo, «giù le mani». Un invito che dovrebbe valere anche per il sindacato e per alcuni politici che sembrano cavalcare la protesta per interessi personali.
«Giù le mani dalle Officine»: sono un patrimonio troppo importante per farne l'ostaggio di lotte politiche e partitiche che hanno altri obiettivi.