Sul blog di Lia (post del 30 dicembre 2006) leggo queste bellissime parole:
«L'islam è, per me, fare pace con se stessi.
Smetterla di strizzare la propria vita inseguendo esperimenti che durano il tempo di una generazione. Ascoltarsi e distinguere le priorità. Accompagnarsi lungo ciò che si è. Una donna. Un uomo. Un essere umano. Un musulmano o un cristiano, una persona sola di fronte all'assoluto. Una che si arrende e dice: "Fai tu. Io sono piccola. Faccio del mio meglio ma, tutto sommato, sono piccola. E anche gli altri lo sono, cosa credevo?" Ed è in quei momenti lì che, davvero, si fa pace con se stessi e col mondo. E ci si perdona».
E, immediatamente, i miei pensieri corrono alle parole del Card. Carlo Maria Martini e alla sue riflessioni sulla parabola evangelica del «servo inutile» (Lc, 17,7 - 10)
«siamo servi inutili, inadeguati, e perciò liberi e sciolti nel presente, umili e grati per il passato, capaci di gratuità per il futuro.
Il riconoscerci servi ci ricorda che siamo di fronte a un compito immensamente più grande di noi, affidatoci da Dio con un gesto di fiducia. Il riconoscersi servi inutili rende liberi e sciolti nel presente: liberi dal peso insopportabile di dover rispondere a ogni costo a tutte le attese, di dover essere sempre perfettamente all'altezza di tutte le sfide storiche di ogni tempo».
Qualche anno, il giorno del Venerdì Santo ero in Marocco. A mezzogiorno, sul tetto di una kashba immersa nel silenzio di un immenso palmeto, sono stato raggiunto dal richiamo alla preghiera. È stato un momento intenso. La sensazione di un’intensa preghiera che saliva allo stesso Dio era quasi palpabile.
In quel momento ho sentito una forte unità con tutte le persone di buona volontà che si riconoscono figli dello stesso Dio (anche se lo chiamano in modo diverso) e con tutti quanto operano con giustizia per costruire un mondo migliore.